Dalle reti da pesca uno studio sui vortici del lago

Se oggi fosse il 1° di aprile qualcuno potrebbe nutrire qualche dubbio sulla notizia, ma la fonte è autorevole, l’agenzia di stampa Ansa. Ventidue pescatori comaschi hanno spiegato agli scienziati australiani le dinamiche dei vortici che fanno sussultare il cuore del Lago di Como. L’ateneo in questione è il Center for Water Research dell’Università dell’Australia Occidentale. Gli appassionati di lago ricorderanno che gli australiani collaborarono con il Centro Volta, il Cnr e altri enti per il famoso progetto Pumping System del 2005. Quelle ventole che dovevano consentirci di fare il bagno nel lago, anche nel primo bacino, prima dall’estate 2009, poi dall’estate 2010... Il progetto - che prevedeva l’utilizzo di un sistema di miscelazione per ridurre il tempo di ricambio delle acque superficiali del lago sospingendole intorno a 15-20 metri di profondità, limitando in questo modo la presenza di alghe e batteri fecali provenienti dagli scarichi urbani, problema principale, ma non unico tra quelli che compromette la qualità delle acque del Lario nei dintorni di Como - diede in realtà buoni risultati, ma, come spesso accade, dopo il primo step non si trovarono fondi per proseguire. Gli australiani avevano realizzato anche una stazione flottante per la misurazione in tempo reale dei parametri meteorologici e del profilo termico lacustre, che venivano poi trasmessi in tempo reale alla stazione a terra.
Ma torniamo ai nostri 22 pescatori. Le reti da pesca, in particolare quelle pendenti e le ontane, utilizzate da sempre sul lago per la pesca di agoni e coregoni, che si possono estendere per chilometri e sono profonde dai 6 ai 10 metri, sono delle perfette rilevatrici di gorghi e correnti. «A seconda di come si spostano in acqua - spiega Gianni Tartari, esperto dell’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Cnr di Brugherio, in Brianza - è possibile capire tutte le forze che generano i vortici».
«Sono molti i fattori che concorrono alla formazione dei vortici nel lago - aggiunge Tartari - Bisogna considerare i venti, la stratificazione delle acque a seconda della temperatura, lo spostamento delle masse d’acqua per l’azione dei fiumi e poi la forza di Coriolis generata dalla rotazione della Terra, che spinge l’acqua verso Ovest». Una dinamica che fatica ad essere descritta dagli strumenti scientifici, ma che ben viene rappresentata nel movimento delle reti.
I ricercatori australiani, combinando i dati registrati dalle stazioni di monitoraggio del lago con i racconti dei pescatori, sono riusciti a verificare l’esattezza dei modelli matematici elaborati per spiegare la nascita dei vortici. A chi giova tutto ciò? viene da chiedersi. Innanzitutto agli stessi pescatori che possono scegliere le zone di “caccia” più idonee, ma possono essere d’aiuto anche in caso di disastro ecologico, durante uno sversamento di greggio o di gasolio, ad esempio «per prevedere l’espansione dell’inquinamento o tenere sotto controllo la fioritura dei cianobatteri che rende l’acqua non balneabile», conclude Tartari. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze “Pnas”.

Paolo Annoni
Martedì 10 Aprile 2012
www.corrierecomo.it

Contributions of local knowledge to the physical limnology of Lake Como, Italy

Abstract

This article shows how local knowledge may be valuably integrated into a scientific approach in the study of large and complex hydrological systems where data collection at high resolution is a challenge. This claim is supported through a study of the hydrodynamics of a large lake where qualitative data collected from professional fishers was combined with theory to develop a hypothesis that was then verified by numerical modeling. First the fishermen’s narratives were found to describe with accuracy internal wave motions that were evident in water column temperature records, which revealed their practical knowledge of the lake’s hydrodynamics. Second, local knowledge accounts emphasized the recurrent formation of mesoscale gyres and return flows in certain zones of the lake in stratified conditions, which did not appear in the physical data because of limitations of sampling resolution. We hypothesized that these features developed predominantly because of the interaction of wind-driven internal motions with the lake’s bathymetry, and the Earth’s rotation in the widest areas of the basin. Numerical simulation results corroborated the fishers’ descriptions of the flow paths and supported the hypothesis about their formation. We conclude that the collaboration between scientific and local knowledge groups, although an unusual approach for a physical discipline of the geosciences, is worth exploring in the pursuit of a more comprehensive understanding of complex geophysical systems such as large lakes.

www.pnas.org

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