20 Pero e Poma: A ciascuno la sua acqua

È una gita da fare, questa, almeno nella parte iniziale, senza nessuna fretta, così da poter ammirare compiutamente, salendo, Bosco/Gurin con le sue case, le sue stalle e il verde che le circonda e crea spazi uniti da un'armoniosa geometria tonale tra il sasso lavorato e il legno squadrato.

È un verde che cambia non solo con le stagioni, ma anche di minuto in minuto e può passare, secondo la luce che vi cade o ne esce, da un colore smagliante (pare quasi di sentire, guardandolo, un odore di vernice appena spruzzata) a una tinta delicata (sembra, allora, di vederla squarciarsi al primo radente volo di vento, mostrando, qua e là, la carne oscura della terra).

L'itinerario dell'escursione, lasciati i prati, procede tra gli ontani e le conifere che nei loro ampi spiazzi panoramici lasciano rivedere Bosco che imita, a volte, altri paesi e a volte, invece, concentra ciò che lo rende inconfondibile, offrendo un'inedita inquadratura al piacere e alla memoria senza la necessità di ricorrere alla tecnica e ai trucchi del pittoresco.

Poi gli alberi si fermano e appare, come se fosse stata in attesa, la montagna: è un incontro che alza, di colpo, la quota del percorso e, sempre di colpo, allarga il paesaggio, dandogli un'ampiezza cui si chiede di mostrare le scelte dell'escursione, che si sente, davanti a tale vastità, felicemente smarrita.

Ecco, quindi, nella parte di segnale indicatore, il Corte di Dentro al Wolfstaffel, un nome che si addice più alle favole che al posto, reso inoffensivo anche dall'abbandono.

Anche il Corte di Fuori, che si raggiunge poco dopo, serve da segnale indicatore fra i romici che ne rammentano la funzione; ma poi anche i romici restano indietro e si cammina fra i rododendri, le «sorelle alpestri», stando ai versi di Giovanni Bertacchi, della rosa da giardino; i rododendri fioriscono, però, qui, tra massi che non starebbero in nessun giardino e si fanno, a mano a mano, sempre più grossi.

Arrivati al primo laghetto, il Pero, si prova subito il bisogno di giudicarlo dall'alto e si sale (un ultimo sforzo di pochi minuti) alla Bocchetta di Orsalia, che lo dispiega, tutto intero, davanti agli occhi, che ne seguono, dapprima, la forma e danno ragione a chi ne inventò il nome: perché il Pero somiglia davvero, nei suoi contorni, a una pera.

Il suo colore non somiglia, comunque, a quello di nessun altro laghetto quando il sole tocca un punto del cielo prestabilito da un accordo fra acqua e luce: è allora, al centro, di un azzurro così cupo da far pensare che esso abbia strisciato, prima di emergere, sopra qualche sommersa vena carbonifera, portandone a galla quell'intensità che nemmeno la nebbia riesce subito ad attenuare quando cala sull'acqua che, attorno, alterna di continuo la sua gamma cromatica quasi volesse rendere ancora più evidente il contrasto con l'immutabile superficie cui fa da confine.

Dalla Bocchetta di Orsalia, si vede, in mezzo a un paesaggio che potrebbe essere appena franato, anche l'omonimo laghetto e si capisce, allora, che quello del Pero ha, in fatto di colore, un pericoloso rivale, in grado di risultare ancora più cupo nel suo azzurro senza per questo renderlo meno brillante.

Vien quasi voglia di concludere, per non dare la vittoria né all'uno né all'altro, che si tratti della stessa acqua, proveniente da un'invisibile fonte e condotta, sotterranea, di qui e di là dal crinale che divide la Val di Bosco dalla Calneggia.

Ma poi, osservatala bene, si deduce che non può essere la medesima acqua: quella del Pero ha, infatti, verso riva, una sinuosa fascia trasparente, mentre quella dell'Orsalia ha, contro il disegno della sponda, un nastro argenteo, delimitante la profondità dell'area che circonda e che si immagina scavata, nei secoli, dal puntuto precipitare di massi sfuggiti ai ghiacciai.

Il verde non vive in nessuno dei due laghetti, che lo considerano, forse, un'alga affamata di blu; è accolto, invece, e valorizzato nel Poma che parzialmente si intravvede dalla Bocchetta di Orsalia e si raggiunge, in poco tempo, dal Pero: è un laghetto, il Poma, che si trasforma, in un attimo, con una fulminea sostituzione di colori, in un altro laghetto e propone a chi voglia seguirne l'incessante rappresentazione un roccioso belvedere, dal quale si può apprezzare la facilità con cui il celeste riesce a diventare cenerino e il cenerino a farsi marino e il marino a mutarsi, nel gran finale dello spettacolo, in un viola destinato a durare, isolato e definito, sino al crepuscolo, quando l'acqua alpina solidifica e si fa ardesia; in questo rapido processo chimico, il Poma, per quotidianamente meritarsi il suo nome topografico di Schwarzsee, batte sul tempo gli altri, quasi appartenesse a un altro fuso orario o avesse un'acqua più facilmente privabile della trasparenza e dei riflessi.

Lo scenario, nel ritorno, tocca, verso il Grossalp, una maestosità che raggruppa tutti gli elementi che rendono magica, seralmente, la montagna; Bosco si perde, dapprima, in questa maestosità che allunga la discesa, ma poi, adagio adagio, il villaggio si rivela nella sua struttura e nella sua intimità e le case si schiudono ai ricordi scritti da Arminio Janner nel 1938: «All'orlo della stufa c'è spesso un buco tondeggiante: il posto in cui col mazzuolo si rompeva una volta il pane vecchio di un mese, che per poterlo ammollire e masticare occorreva tenerlo in bocca qualche minuto. Se ci penso, ne sento ancora sulla lingua il gusto schietto e acido».


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