03 Cava e Lago: Pinete e picchi

Questa gita propone non uno, ma tre laghetti, due dei quali, quelli di Cava, sono vicini oltre che piccoli come tanti altri che si trovano nelle regioni alpine e che, non per questo, sono meno belli: un laghetto di montagna, infatti, non può e non deve essere giudicato dalla sua superficie: contano la sua posizione, il suo colore, il suo panorama e quello che dona l'escursione che ad esso conduce. V'è, in questo caso, la Valle Pontirone che ha un'interessante storia da narrare anche a coloro che la percorrono in automobile: una storia già viva quando Pontirone (si era nel 1400) era chiamato Pontròn; quando vi giunse (si era nel 1500) San Carlo Borromeo; quando (due secoli dopo) lo Schinz descriverà e illustrerà quegli abilissimi boscaioli, i "borradori", e le loro velocissime "sovende" (una di queste piste di legno, dal fondo ghiacciato, portava il legname sino a Biasca); quando (e siamo al secolo passato) Pontirone diverrà frazione di Biasca e si spopolerà. È la storia di una valle di sacrifici, di valanghe e di precipizi, in fondo alla quale scorre, per nove chilometri, la Lesgiüna che si fa strada a fatica fra le rocce e ricorda l'esistenza dei pontironesi che dovevano sudar sangue per tirare duramente avanti.

Ma poi l'escursionista, dopo Biborgh, lascia la macchina e comincia a salire a piedi e a capire e apprezzare il fascino di una regione in cui la natura ha una sua dignità che riesce, magari a poca distanza dai prepotenti segni del progresso, a dimostrar la sua incorrotta preferenza: si è, di colpo, in mezzo alle pinete, dove i pieni (composti di alberi che la corteccia, sdrucita, invecchia e il fusto, slanciato, ringiovanisce) e i vuoti (spiazzi che tentano, come roccoli, gli uccelli portati dal sole) si alternano con un ritmo che si accorda con quello dei passi. Si procede in mezzo a un verde che raggiunge, su sfondi diversi, una delicatezza quasi trasparente o una densità così carica che sembra debba sgocciolar, da un momento all'altro, ancora fresca, sul terreno.

Poi, il paesaggio, ancora una volta, improvvisamente, muta; i pascoli appaiono nella loro produttiva estensione e le tinte diventano meno morbide: come se la luce, non più trattenuta dalle piante, acquistasse una tattile intensità e formasse, posandosi sull'erba, un leggero involucro: e pare allora di sentirne lo schricchiolio sotto le zampe delle mandre che a Sceng e Cava confermano la possibilità di una pastorizia in cui si ha ancora fiducia.

Alti picchi contornano l'itinerario, creando un netto contrasto con i pascoli che vanno in su senza fretta e senza nessuna intenzione di rubare spazio alla neve della "Lüvina dal gombat", che resta tutto l'anno, e neppure al "Buion", il ghiacciaio in miniatura del Torrone d'Orza, che, una volta, tagliato a pezzi e trasportato al piano, serviva a conservar la carne e altri generi commestibili. Anche i due laghetti di Cava stanno dalla parte in cui crescono i fiori che fanno pensare, tanto sono fitti, a un formaggio pittorescamente profumato: cercano di distinguersi sfruttando, al massimo, il sole; quando uno scintilla, l'altro, magari, è opaco: basta una nuvola di passaggio a renderli diversi e ancora più rivali.

Il terzo laghetto, invece, appare a chi sale da Cava alla Forcarella di Lago solitario e indipendente (e il sentiero che vi scende, non facile all'inizio, contribuisce a questa impressione di appartata fierezza); da esso non prende avvio solo il Ri della Froda che metterà in scena, tanti metri sotto, la cascata di Santa Petronilla, ma anche lo scenario che, come una trascolorante acqua, tracima, defluendo, sempre più ampio, lungo la valle e diventando, poi, superata Biasca, Leventina: un panorama inatteso, alla cui bellezza non si riesce subito a dare un nome.


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