01 Efra: Una voce scende e sale

Una gita, questa, che è accompagnata, quando in alto le nevi si sciolgono o dopo prolungate piogge, dalla voce dell'acqua che mormora, parla, canta e sale (e poi scende) insieme con l'escursionista che può ammirare, lungo il cammino, anche i colori di questa voce che mormora, parla e canta: il verde intenso, l'azzurro brillante, il bianco spumeggiante e tutte le tonalità che, diluite dalla luce nella trasparenza, formano una tavolozza che varia con il mutare del paesaggio e si fa, di volta in volta, dolce o vivace, tenue o impetuosa nelle sue tinte, in cui il sole e l'ombra collaborano o sono in concorrenza (e si può addirittura pensare, di fronte a tale ruscellante abbondanza, che la corrente costituisca, qui, un'energia in grado di vivificare i contrasti più accentuati e le sfumature più sottili anche nel terreno non toccato, direttamente, dal suo scorrere: come se questa corrente, diventata un'amalgama penetrante, ritornasse, divisa in tante vernici già asciutte, alla superficie molti metri lontano e, zolla ocracea o pietra muscosa, vi restasse in attesa di nuovamente trasformarsi in spruzzo o in gorgo).

Le cascate, attorno, striano il verde dei pascoli senza spezzarlo e rendono più morbido il grigio del granito che serve da fondale e da contorno, creando pozzi raggiunti solo dalla voglia di immergersi nella loro immobile purezza, antica come il mondo.

I monti che si incontrano (come quelli di Montada: un nome imposto dalle obbligate fatiche di un tempo) sono abbandonati o abitati solo dalle capre e si ha quindi l'impressione che questa sia una valle riservata unicamente all'acqua che può permettersi giochi complicati come arabeschi: saltare, scivolare, sfiorare, deviare, confluire e dividersi in una varietà di correnti che fanno a gara per mostrarsi, qui, più rapide e, là più ampie.

Si è completamente circondati, a un certo punto del percorso, dai torrenti e la sensazione è davvero indimenticabile: come se le loro acque, uscite, tutte assieme, dall'oscurità scavata dall'inverno sotto i massi, volessero isolare, difendendola, la meta; ma poi il liquido cerchio si apre e il panorama, quasi avesse aspettato questo momento per cominciare lo spettacolo, magicamente si allarga e si riempie.

Si giunge all'Alpe dell'Efra (e pare di essere, come su ogni alpe, più in alto della vera quota) e, tra rivi e rose alpine, si va verso la cascata di verde scurito.

Una conca, fatta su misura, lo accoglie sotto la cima di Gagnone, dalla quale l'acqua vien giù in rivoli che sembrano le vene del sasso. Il laghetto, addossato alla montagna, ha poco sole (ecco perché la neve ha una parte anche estiva nel quadro), ma, quando il sole vi arriva, è una festa e si può credere, allora, che pure i larici siano in fiore. Ed è strano veder la riva, a sud, aspra e cupa e quella a nord, invece, chiara e socievole: un curioso sovvertimento di attributi che rendono tradizionalmente ostile il settentrione e amico il meridione.


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